Perchè dovremmo fregarcene del numero di followers sui social

Ciao a tutti, amici! Oggi vi voglio parlare di un argomento che ho molto a cuore e che so che a qualcuno farà forse sorridere o venire mal di stomaco. Ancora una volta parleremo dei social media, ma stavolta non vi spiegherò come usare Instagram come l’ultima volta.

Molti di voi infatti mi chiedono “quanti dovrebbero essere i follower di una pagina Facebook e di un profilo Instagram” e come al solito non c’è una risposta uguale per tutti. Ma perchè preoccuparci così tanto dei followers, tanto da pensare di comprarli? E chi sono i famosi influencers, da dove arrivano e chi li ha inventati?

ps: Se avete altre domande fatemele sapere, così le considero per un prossimo approfondimento!

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Da dove arrivano gli influencers?

Sono sempre esistiti, hanno semplicemente cambiato canale. Oggi come un tempo vengono considerati influencers tutte quelle persone in grado di influenzare le scelte degli altri, grazie ad una determinata personalità oppure all’appartenenza a determinati gruppi o community.  
Vi ricordate della Smemoranda? Quando ero alle superiori, tutti avevano il diario Smemoranda, e mi ricordo che, anche se tutti ce l’avevano, il trend era iniziato molto prima, nella maggior parte dei casi iniziato da una persona particolarmente influente nella classe che aveva iniziato ad utilizzarla. E che poi ha influenzato tutti gli altri.
Si tratta di un concetto insito nella natura umana, ossia quello dell’emulazione, siamo bravissimi a copiare gli altri, soprattutto quando ‘questi altri’ hanno un determinato significato simbolico che vorremmo fare nostro. A Porthcawl, una sperduta cittadina a Sud Ovest del Regno Unito c’è ogni anno a ottobre un festival che si chiama The Elvis, il più grande festival mondiale dedicato al re del rock ‘n roll, con migliaia di Elvis che arrivano da tutta Europa (un numero che è solo di poco più basso rispetto al famosissimo The Burning Man) per celebrare la loro personale impersonificazione dell’unico ed inimitabile Elvis. Non è pazzesco?

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[Che poi, dopo tutto, essendo onesti (non odiatemi ma sarò brutale) nemmeno Elvis aveva creato nulla di veramente originale, si trattava semplicemente un mix di RnB, Blues e Gospel che sentiva tutti i giorni nell’esercizio quotidiano del suo lavoro come camionista.]

Quindi, dal momento che l’emulazione fa parte della natura umana, potenzialmente, tutti siamo copiati ed emulati dagli altri: dai nostri amici, dai nostri famigliari e siamo tutti influencers: non c’è nulla di male in tutto ciò.

Gli influencers nei social media

Con i social media questo processo di “emulazione spontanea” è stato alterato da due fattori:
a) il fatto che ognuno di noi è cosciente di quante persone influenza online e b) lo spostamento dall’offline all’online del budget pubblicitario delle aziende.

Il nostro comportamento è influenzato da Facebook e dagli altri social media per una serie di fattori. Ovviamente, dietro alla creazione di un progetto come quello di Facebook, c’è uno studio psicologico importante, un’analisi di quelli che sono i nostri bisogni umani, soddisfatti attraverso funzionalità specifiche della piattaforma. Il bisogno di sentirsi apprezzati, di fare parte di un gruppo e di essere valorizzati per la propria idea è uno dei bisogni umani essenziali, soddisfatto per esempio dal numero di like che riceviamo per i nostri post, e collegato al bisogno di crescere, di evolverci e di diventare persone migliori, che si esprime nelal piattaforma con il numero di amici e followers. Ecco perché quando aumentano i followers ci sentiamo soddisfatti!

Questa nuova idea ha tuttavia avuto uno sviluppo poco felice quando le persone hanno capito che “avere un certo numero di followers” li faceva sembrare influenti e importanti agli occhi esterni. Avere un ‘mille’ o ‘k’ numero di followers infatti, ci fa considerare più seguiti, più contesi, più significativi per il mondo esterno: quanti più seguaci ha una persona, quanto più è considerata importante. Se siete in una nuova città e cercate un ristorante dove cenare, sicuramente non ne sceglierete uno vuoto, suppongo: quanto più occupati sono i tavoli, quanto più il nostro cervello si convince sia un bel locale e a buon prezzo. Quindi, secondo il cervello umano “mille followers = questo deve essere uno figo”.

Leghiamo questo primo punto al secondo fattore: i budget di pubblicità si stanno pesantemente spostando verso l’online. L’anno scorso scrivevo su Marketing Arena che “In UK l’internet advertising, che ha superato la spesa pubblicitaria nei media tradizionali già nel 2010 e ad oggi riceve la maggior parte degli investimenti, raggiungerà il 44,2% del totale degli investimenti pubblicitari già alla fine di quest’anno (in Italia è pari al 30%) con una spesa nel social media advertising pari a 920 milioni di sterline già nel 2014.

Quindi, le aziende stanno abbandonando la TV, i giornali ed i canali offline in modo pesante e stanno capendo che investire in Internet è invece molto interessante.
I consumatori, d’altro canto, sempre più bombardati da pubblicità, notizie ed informazioni, trovano altre soluzioni per capire di cosa hanno bisogno : l’84% delle persone in fase di decisione di acquisto si fida molto più dei familiari e degli amici piuttosto che di un annuncio pubblicitario in TV o sui giornali*. Il passaparola esiste dalla notte dei tempi ed ancora influisce su una decisione per il 74%. Il 68% dei consumatori crede nelle opinioni che trova in rete da parte di altri consumatori mentre l’88% si fida delle recensioni degli sconosciuti tanto quanto si fida di quelle dei familiari.
Il passaparola si dimostra adatto nell’aumentare l’efficacia delle tecniche di marketing sino al 54% 

 

https://www.instagram.com/p/BLijgUIFWj8/

 

Quindi, riepilogando, i brand possono investire in internet qei budget enormi che prima usavano nella TV e sono a conoscenza del fatto che il passaparola e le opinioni di altri consumatori hanno un impatto molto importante nella decisione di acquisto. 

[*In UK ci sono fior di studi che parlano di come fare marketing ai millennials, ossia a noi nati tra gli anni ‘80 e il 2000. Ma forse basterebbe un po’ di buon senso per capire perchè non ci fidiamo di quello che ci consiglia un mezzo di comunicazione che sappiamo influenza le masse e non rappresenta più quella magica invenzione vissuta dai nostri genitori sulla moda di Carosello.]

L’analisi degli influencers

Se uniamo i puntini, vedremo che si tratta di una macchina messa in moto che se a livello di marketing online può dare risultati positivi, a livello sociale sta creando dei mostri.
Un tempo erano i testimonials le figure collegati ai valori del brand, quindi non è stato creato nulla di nuovo, anche oggi gli influencers vengono usati come cartelloni pubblicitari, con lo scopo di farsi notare e condividere messaggi ad hoc sui prodotti. Ma i testimonials avevano un legame con il brand a livello di valori o di esperienza: oggi questa connessione non è più necessaria.
Ci sono 
agenzie e piattaforme che tentano di mettere insieme influencers e brand con meccanismi poco chiari, che non si basano su nessun valore, solo su una ipotetica condivisione di interessi. D’altra parte oggi le aziende non vogliono teorie ma numeri, e sono purtroppo gran poche quelle che scelgono una strategia e contenuti di qualità, prediligendo piani a breve termine e picchi in crescita. Quando gli influencers capiscono che i contenuti non servono, poiché vengono pagati anche senza creatività, si limitano a fare post, video o immagini piatti dove il brand viene solo menzionato. E i followers nella maggior parte dei casi se lo fanno anche andare bene, perché è lo stesso influencer a spiegare che il suo è proprio un lavoro che ha bisogno di essere pagato da qualcuno, quindi dai brand. Un modello di vita che nella maggior parte dei casi ostenta l’eccesso e la superficilità, che si basa sullla partecipazione ad eventi esclusivi, viaggi, foto e video e che rappresenta il sogno di tutti i follower, e che nella maggior parte dei casi magari non è nemmeno veritiero

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Questo vortice dato dai brand che hanno budget => che pagano gli influencers indipendentemente dal contenuto => che viene condiviso sui social => e seguito da un pubblico internet tendenzialmente assuefatto => che condivide senza pensare alle conseguenze => diventa ancora più negativo nel momento in cui tutti capiscono che tutti possono diventare influencer. Non serve più essere un campione dello sport o avere competenze specifiche nella creazione di contenuti fighi. Ti basta avere “k” followers. Ed ecco che tutti vogliono riuscire ad ottenere “k” followers in poco tempo per essere considerati degli influencers. Inoltre, dal momento che su Instagram come su Facebook i contenuti che vedi non sono quello cronologici ma quelli decisi da un algoritmo che influenza il tuo comportamento, l’unico modo per aumentare il numero dei followers è quello di usare piccoli software automatici che lavorano su Instagram per mettere 500 like in un giorno ed accelerare il tuo comportamento sulla piattaforma per aumentare i followers. Anche se non sei nessuno, non fai foto fiche e magari non sei nemmeno bravo a scrivere le presentazioni.

Perchè se qualcuno ti segue, stimola il follow back e se mette like alle tue foto ti viene quasi automatico ricambiare. Ma sappi che non è lui, ma il robottino che sta lavorando in incognito  finché è a farsi l’aperitivo del venerdì sera.

Fai una prova: scaricati Instagress e in modo molto lento (avviso: se Instagram ti trova ti blocca tutto e ti banna) prova ad impostare alcuni hashtag e commenti automatici. Sono sicura che dopo un po’ i profili con ‘k’ followers non ti faranno più nessun effetto. 😀

Ditemi che cosa ne pensate su Twitter e seguitemi, così arrivo anche io prima o poi a ‘k’ followers, lol!

Da cosa e come è influenzato il nostro comportamento su Facebook?

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Quando per la prima volta, nel 2008 mi sono affacciata al mondo di Facebook, credevo veramente che la tecnologia potesse migliorarci, e così come noi, anche il mondo attorno.
Più informati, più connessi e più vicini, si sarebbero create molte più possibilità di condivisione e contatto.
Come dice Tim Rayner in questo articolo: “The gift shift: what’s social about social media”  i social media sono stati creati come idea di uno spazio virtuale dove incontrare altre persone e svolgere online le stesse attività che svolgiamo offline, ma dal momento che sono online, ci dovrebbe essere un minore coinvolgimento ed un minore aspetto celebrativo rispetto alla nostra vita reale.
Secondo Tim i social media dovrebbero basarsi sulla cultura del dono, della condivisione di idee con persone che la pensano come noi, dal momento che tutti insieme stiamo lavorando alla creazione di un “digital commons”. E sarebbe fantastico se tutti la pensassero così e condividessero notizie con lo scopo di crearlo ed aiutare veramente qualcun altro. Come tanti hanno fatto per aiutare Giorgia nel suo momento di difficoltà, ad esempio.
Ma perchè dobbiamo diventare sensibili solo in situazioni drammatiche, in cui ci riconosciamo direettamente e non fare la nostra parte ogni giorno perchè questi canali online non siano solamente un luogo dove vince chi urla di più, chi punta il dito contro qualcuno e chi pensa di saperne più degli altri?
Basta scrollare la vostra bacheca per vedere quello che sta succedendo da un po’: condivisione di link perchè “possono essere utili” senza controllare la fonte, immagini condivise per partecipare a contest che regalano auto o iPhone, condivisione di notizie semi-vere usandole come “scusa” per poter affermare una propria idea basandola appunto sul link semi-vero, esprimendola con aggressività e senza accettare altri punti di vista. Non vorrei mettere in discussione l’intelligenza di nessuno, ma a volte sembra veramente serva un corso di educazione, come per prendere la patente.
E mi porrei un’altra domanda: sono comportamenti e frasi che condividereste in situazioni sociali reali, come quando vi incontrare al bar oppure ad una festa?
Secondo me, no. Quando parli con qualcuno stai ben attento a quello che dici perchè non vuoi rischiare di fare brutta figura. Online nessuno si preoccupa di tutto ciò, perchè “siamo online, siamo su Facebook, non avevi capito fosse uno scherzo? Non vorrai che sia serio qui”.
Ci sono persone che usano i social per farsi vedere, per voler dimostrare che sanno/fanno/sono qualcosa di importante grazie alla costruzione di contenuti ad-hoc ed atteggiamenti aggressivi, solo per far vedere che la loro opinione è supportata e rispettata, per esprimere unicità ed uno stile di vita esclusivo.
E’ una novità? No, nella vita reale l’apparenza e l’atteggiamento aiutano a dimostrare questo tipo di personalità, il fatto è che la possibilità di interagire con un pubblico ampio è molto minore e offline ci sono delle conseguenze che online riesci quasi sempre a schivare.
Inoltre, Facebook utilizza meccanismi che fanno in modo che vengano condivise solo le notizie ed i contenuti più cliccati, più condivisi e quindi potenzialmente più generalisti e meno di qualità.
A questo punto potrei già concludere dicendo che non è tutta colpa nostra. Ma andiamo con ordine.

Come è influenzato il nostro comportamento su Facebook?
Facebook utilizza meccanismi che fanno in modo che vengano condivise solo le notizie ed i contenuti più cliccati, più condivisi e quindi potenzialmente più generalisti e meno di qualità.

L’accellerazione della creazione di contenuti ed il calo della nostra attenzione
Oggi nel mondo si creano un sacco di contenuti, senza volere essere precisini con gigabyte, terabyte o altro, credo che questa infografica di Smart Insight renda bene l’idea:

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La nostra attenzione, tuttavia, non riesce a far fronte a questa massa enorme di informazioni, e la nostra curva di attenzione non regge più di 9 secondi. Ecco, quindi, che abbiamo bisogno di filtrare le informazioni ed i contenuti, con strumenti che ci aiutino a trovarli e metodi di scrittura che stimolino la psicologia intrinseca per farci cliccare.
Ecco quindi che la suspence, l’utilità, il desiderio di possedere cose, il ricordo, l’emozione, l’ambizione, l’emulazione sociale diventano i motivi principali che ci spingono a condividere i contenuti. E la correttezza delle fonti e delle informazione passano in secondo piano, anzi forse nemmeno ci interessano. Perchè lo scopo della condivisione non è più condividere l’informazione in sè. Ma creare una emozione, un feeling in chi ci legge. 

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L’algoritmo di Facebook
Quando la sezione Notizie è stata lanciata è stata considerata “La sfida tecnologica più grande mai affrontata da Facebook(come si legge nel libro: “Facebook. La storia: Mark Zuckerberg e la sfida di una nuova generazione). Eppure, oggi, l’algoritmo ha i suoi pro ed i suoi contro.
Se analizziamo i benefici, ci aiuta a capire quali sono i contenuti che veramente ci interessano, diventando una piattaforma di content curation che impara dal nostro comportamento sulla piattaforma, facendoci vedere contenuti sponsorizzati, video e profili degli amici con cui interagiamo più spesso. In un mondo che va ai 200 km/h può anche farci piacere e farci risparmiare tempo.
Ma da un altro punto di vista, il time feed premia tutti quei contenuti con il più alto numero di reazioni e condivisioni, senza ovviamente analizzare se quei contenuti siano di qualità o veritieri. Quindi, una parola o una frase, secondo un’analisi oggettiva del contenuto, possono fare la differenza per il messaggio che si vuole condividere ma Facebook lo conterà comunque come una condivisione, quindi un contenuto apprezzato (sarei molto curiosa di sapere come viene registrato in caso di reazione triste, telefono un attimo a Mark..).
Siamo noi con il nostro comportamento che influenziamo l’algoritmo, quindi siamo sempre noi a definire i contenuti condivisi. L’algoritmo può sicuramente privilegiare alcuni tipi di contenuti come le immagini o i video dei profili dei nostri amici e ci spinge a guardare questi tipi di contenuti, invitandoci a partecipare ad un mondo pre-fabbricato e deciso sulla base di obiettivi sconosciuti.
Ad esempio sono fermamente convinta che il fatto che Facebook dia più spazio ai contenuti video ed abbia aggiunto le foto a 360° sia per iniziare il “percorso di educazione” verso l’utilizzo del visore Ocolus Rift, che arriverà in Europa dal 20 settembre.  Il passaggio foto-contenuti-visore sarebbe infatti stato troppo repentino per tutti, non solo per i cosiddetti utenti pionieri. (se volete saperne di più di come i diversi soggetti reagiscono all’innovazione, andate a vedervi la ricerca di Roger sulla diffusione dell’innovazione. Potete anche capire a quale segmento appartenete cliccando qui). Forse mi sto spingendo troppo in là, torno in tema.
Quindi, ricordiamoci, che l’algoritmo è sì di Facebook ma anche influenzato da noi, quindi ricordiamocene quando condividiamo certi contenuti.

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La psicologia dell’imitazione (o social proof)
Immaginate di essere in vacanza in una città che non conoscete, con un amico. Uscite dall’hotel alla ricerca di un posto dove andare a cena, il concierge è occupato e non avete voglia di perdere tempo e fare una ricerca su internet. Fate tre passi ed arrivate in una strada piena di ristoranti, un thai, un tapas bar, un italiano. Non volete andare per forza all’italiano per essere sicuri di mangiare decentemente. Quindi come scegliete? Se siete come me e come la maggior parte delle persone seguite la regola del: vediamo qual è quello più pieno. Se c’è tanta gente che sta mangiando, sarà per forza buono. Se è vuoto, meglio continuare a camminare. E questo è solo un esempio di un atteggiamento comune, che ci porta ad imitare gli altri.
E’ il modo più semplice e veloce per superare la nostra incertezza. Se la maggioranza si comporta in un certo modo, è sicuramente quello giusto, poichè assumiamo che abbiano delle informazioni che noi non abbiamo. Questo comportamento si chiama social proof.
Quante volte avete condiviso un file perchè avevte visto che aveva già raggiunto un alto numero di condivisioni e non volevate rischiare di essere giudicati male dai vostri amici/parenti/ecc?
Immagino, tante. Ma avete mai controllato che quella immagine o link fossero veritieri?
Ad esempio, questo tentativo banale di disinformare.

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Spero di avervi dato qualche spunto di riflessione.
Fate i bravi sui social, soprattutto Facebook, che è il canale più generalista e frequentato.
Divertitevi in queste ultimi giorni di vacanza e non dimenticatevi di pensare!
Io adoro agosto perchè lo uso per studiare. 😀

 

A cosa [mi] servono i social media? Vademecum per Instagram

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Qualche settimana fa, parlando con una mia amica, stavamo discutendo sull’importanza dell’online e dei social media e, dopo aver concordato sul fatto che fossero strumenti praticamente essenziali per artigiani, professionisti e botteghe per farsi conoscere e trovare i propri clienti, lei conferma la tesi dicendo: “Sì, la scorsa settimana ho comprato una collana solo perchè seguivo il profilo di un designer e mi ha colpito così tanto la foto che ho deciso di fare l’acquisto.
Quindi, pensavo, perchè non creare una mini guida per aiutare le piccole aziende ed i professionisti ad usare i social, aiutandoli a non avere troppe aspettative e gestendoli secondo obbiettivi di business?
Eccovi quindi il primo capitolo, dedicato a Instagram.

Vorrei anche io che i miei potenziali clienti mi trovassero grazie ad Instagram, come faccio?
follow-me-not-literally-instagram-social-mediaInstagram è sicuramente un tool molto efficace, ma usarlo per scopi di business non è proprio così semplice e banale. Infatti, per le aziende, oltre a condividere contenuti interessanti per la propria audience, si tratta anche di fare i conti con i cambiamenti di visualizzazione della timeline decisi dal nostro amico Mark, visto che l’algoritmo di Instagram cambierà a breve, com’è successo per Facebook, e non sarà più in ordine cronologico, ma le immagini,per essere visulizzate, dovranno °essere apprezzate” quindi saranno importanti il numero di like ricevuti e i commenti e non solo la foto in sè.
(Ci sono tantissime persone su Instagram che in questo momento chiedono ai propri utenti di “attivare le notifiche dei post” per evitare che i propri followers non visualizzino più il feed con gli aggiornamenti, ma io non mi preoccuperei. Com’è successo per Facebook, secondo me avverrà automaticamente!)
Ma non disperiamo, possiamo ancora tentare di raggiungere i nostri clienti usando il tool, anche se sarà più difficile fare in modo che la nostra audience veda le nostre foto, a meno che non “cacciamo il grano”, ossia che ci mettiamo dei soldi, creando dei post sponsorizzati.

Ma, ovviamente, all’inizio, è un cane che si morde la coda, poichè se sei appena partito oppure sei un piccolo professionista, sicuramente non puoi permetterti di spendere budget enormi su Instagram per far sì che i tuoi post vengano visualizzati. Chi ti dice che dalla visualizzazione, un cliente decida poi di comprare, come ha fatto la mia amica?
Ed ovviamente “comprare followers” o pratiche simili, non porta assolutamente a nessun risultato.
Quindi, per il momento, concentriamoci sui cosiddetti contenuti organici, ossia senza investire soldi.

Quindi come faccio a farmi trovare da potenziali clienti?
I contenuti che condividi sui canali social, nel caso di Instagram le foto, rimangono essenziali per trovare nuovi clienti, anche se avranno meno possibilità di vederli. Quindi il lavoro sulle foto e sulle immagini va comunque fatto.
Ricordati inoltre che all’inizio si tratta di faticare, ossia aggiungere ulteriore lavoro al tuo lavoro (effettivo, quello della tua attività) che, all’inizio non è detto ti dia i risultati sperati.

Quindi come puoi usare Instagram?
Ecco alcuni consigli per creare i tuoi contenuti Instagram:

bambino-spaghetti-i-clienti-non-ti-capiscono1 Cerca di capire qual è la tua audience e quali sono i contenuti a cui potrebbe essere interessata.
Sono giovani, studenti o lavoratori interessati ad un design particolare per distinguersi dalla massa? Prova con dei video, con delle immagini sul design o sull’ispirazione.
Hai a che fare con un prodotto per mamme giovani, attente alla linea e alla salute? Prova con delle ricette video, condividi le storie dei tuoi prodotti e fai delle foto con i tuoi clienti, magari mamme, felici di aver acquistato da te.
Puoi creare dei video fantastici di pochi secondi usando Boomerang o Flipagram

Non limitarti alle foto dei tuoi prodotti o a diffondere le ultime offerte! Dovrai sicuramente utilizzare un mix di ingredienti, come le foto dei tuoi prodotti, la lavorazione, i fornitori, il dietro le quinte del tuo lavoro quotidiano, ma anche foto che riguardano la tua personalità, che facciano sorridere, riflettere e che soprattutti rappresentino momenti autentici.
La creatività ripaga sempre, e mai come la tua, se sei quello che quell’attività l’ha messa in piedi.

Tenta di non scaricare o copiare immagini che trovi online, ma di produrre contenuti originali.
È un procedimento sicuramente più lungo e laborioso ma a lungo termine ripaga gli sforzi.
Ci sono un sacco di strumenti online che ti permettono di creare e/o modificare le immagini, senza per forza dover sapere come si usa Photoshop (se lo sai meglio per te!).
Ad esempio Canvas oppure Aviary per modificarle prima di caricarle.

Interagisci con i tuoi followers: come dicevo in precedenza, se hai un’attività offline, sicuramente avrai a che fare con dei clienti o con dei partner. Fa loro delle foto e menzionali nel tuo profilo. Condividi le loro foto e ringraziali per l’acquisto. Anche in questo caso puoi usare delle app come Repost o InstaSave

Non dimenticarti degli hashtag e di inserire i tuoi contatti nella bio, come il tuo sito o il tuo indirizzo email nella Bio altrimenti, come fanno i clienti a rintracciarti?
Per sapere quali hashtag usare, puoi far riferimento a Websta e Hashtagify.me

E poi?
Una volta che hai inizato ad usare il tuo profilo Instagram, il lavoro non è finito. Anzi, anche prchè rispetto al tuo profilo personale, dove Instagram lo usi per altri motivi, quando usi Instagram per motivi di business non devi dimenticarti dell’obiettivo, ossia trovare nuovi clienti. Altrimenti non lo fai per lavoro, ma per passione!
Ovviamente si tratta di un obiettivo molto importante che non succede dall’oggi al domani e che deve essere suddiviso in sotto obiettivi.
Instagram-likes-acquire-customersEcco su cosa ti devi concentrare prima di pensare che Instagram non funzioni perchè non ti ha portato nessun cliente.

  1. Quante persone hanno messo un like o commentato la foto? In questo caso stiamo parlando in gergo tecnico di engagement, il primo step per sapere se quello che hai postato è considerato interessante.
  2. Delle persone che hanno messo like o ti seguono, quanti sono potenziali clienti? Se la maggior parte di loro sono tuoi amici o famigliari, allora non si tratta di persone molto rilevanti. Cerca di creare engagement con questi ultimi (non tralasciando i tuoi affetti!)
  3. Cerca di interagire e chiedere feedback ai tuoi potenziali clienti, per non avere solo una relazione basata sui like o sulle faccine!
  4. Prima di diventare cliente e comprare online, un cliente deve arrivare sul tuo sito o negozio offline. Cerca di capire se effettivamente Instagram ti porta traffico online oppure offline attraverso l’analisi delle stats o chiedendo direttamente al cliente come ti ha trovato!

Questi sono solo alcuni consigli che credo possano essere utili per chi vorrebbe usare Instagram in modo più strategico. Ovviamente, il tempo è tiranno, quindi dovete essere voi a valutare quanti contenuti postare, credo che anche in riferimento al cambio di algoritmo, la qualità sia da preferire alla quantità!

Dimenticavo: potete seguire le mie avventure Londinesi @alessiacamera ed.. in bocca al lupo!
ps: aggiungete un commento se avete domande o considerazioni da condividere!

 

Cosa sono le Facebook reactions e perchè dovreste avere paura

Questo articolo parla di Facebook, dalle reactions, per tentare di analizzare sempre più le nostre emozioni, al mondo virtuale costruito analizzando i nostri dati.

FB-reactions-our-data-online-advertisingSono arrivate le Facebook reactions, siete felici?
Ho letto moltissimi commenti di persone entusiaste e “finalmente” pronte a condividere le proprie emozioni al di là del semplice like.
Ho anche seguito i principali articoli sulla stampa nazionale, interessata a spiegare quali sono le reactions, come funzionano e in grado finalmente di darvi la possibilità di esprimere le vostre emozioni.
Ma diciamoci la verità: perché il nostro amico Mark ha deciso di implementare questa nuova opzione?
I più attenti mi diranno: “Perché il like non basta più”
I più smart mi risponderebbero: “Perché inserire le faccine é più facile e veloce”
I professionisti: “Per generare più engagement, visto che Facebook lo stava perdendo

Tutto esatto, 10+.
In questo post vorrei spiegare anche un altro motivo: Facebook non vede l’ora di conoscervi sempre di più. E non é proprio un bene, perché Mark non é un vostro amico. Mark è il 6° uomo più ricco del mondo e primo tra i più giovani, con un patrimonio stimato di 44,6 miliardi di dollari.
“Ma com’é diventato cosi’ ricco? Facebook é gratis.”
Facebook usa i dati dei suoi utenti (1.5 miliardi quelli attivi) per vendere pubblicità alle aziende all’interno della piattaforma. Significa che se sei un’azienda e vuoi promuoverti, entri nella piattaforma e puoi creare un annuncio per tutte le persone con più di 20 anni, e che rispondono a particolari criteri.
Ma fin qui nulla di nuovo, immagino.

social-media-marketing-tool@alessiacameraUsando Facebook come canale, le aziende riescono non solo a raggiungere la loro audience, ma a creare una sorta di relazione con potenziali clienti. Le relazioni, come tutti sapete presuppongono delle emozioni, ma se le aziende non sanno quali sono le emozioni che suscitano nelle persone, visto che comunque un “like” é generico, quante potenzialità potrebbero invece avere con un set di opzioni come le reactions?
BUM!
Con le reactions, le aziende riescono a capire se un contenuto o un update nella loro pagina ci rende tristi o felici, riuscendo in questo modo a costruire una pubblicità ancora più mirata, per esempio facendoci ridere se siamo tristi oppure consigliandoci un prodotto se la nostra reazione é “wow”.
E con una relazione “brand-cliente” basata sulle emozioni, é molto più semplice costruire rapporti di vendita a lungo termine e sapere cosa provano le persone nei confronti dei prodotti.

Ma c’é di più.
Facebook ha bisogno di conoscerci sempre di più, e ci spinge ad esternalizzare le nostre sensazioni. Tutto l’ecosistema creato da Mark si basa sulle persone, e quanto più condividiamo le nostre emozioni, quanto più garantiamo un futuro all’ecosistema (soprattutto in termini economici), che si evolve per diventare sempre più simile a noi e alle nostre necessità.
broken-heart-facebook-reactions-selling-our-emotionsGrazie alle reactions, le “macchine” e l’algoritmo imparano a conoscerci e a sapere se un determinato contenuto ci rende triste o felici. E questo porta ad un nuovo utilizzo dei nostri dati, in modi che non ci aspettiamo.

Faccio un esempio raccontandovi la storia di Bob: ha condiviso un post su Facebook per fare sapere a tutti i suoi amici che era morto il suo cane, aggiungendo ovviamente che si sentiva molto triste. Molti amici hanno risposto con le reactions, principalmente “triste”, “love” e “shock”. Subito dopo, nel suo feed si é ritrovato una pubblicità di un app per curare la depressione e l’ansia.
Non vi interessa? Pensate che basti non cliccare sulla pubblicità? Forse. Ma state condividendo le vostre emozioni e Facebook le sta vendendo per fare soldi. E imparerà a farlo in modo ancora più subdolo, perché é nel suo interesse.

A breve arriveranno i dispositivi di virtual reality appartenenti all’ecosistema Facebook (Mark ha comprato Oculus nel 2014), ed avremo la possibilità di entrare in un mondo virtuale social dove potremo infatti guardare video in 3D (che si aggiungono alle 100 milioni di ore che gli utenti Facebook passano guardando video oggi), oppure giocare a ping pong con qualcuno dall’altra parte del pianeta. Ed in questo nuovo mondo, la necessità sarà quella di sviluppare una nuova forma pubblicitaria che si integra alle esperienze, e che ci aiuterà a rendere l’esperienza virtuale unica ma in linea con le nostre aspettative. In mondo virtuale costruito con i nostri dati, sulla base delle nostre aspettative, senza nemmeno rendercene conto.

E cosa succederà alla nostra vita reale?
Non vedo l’ora di sapere cosa ne pensate!

 

ps: questo articolo e’ stato scritto contro il mio interesse, visto che con la pubblicita’ sui social ci lavoro. 😉

Startup italiane lo state facendo male: l’inglese non è un’opinione

Sorry guys but this post is for my Italian friends. 😛

Noi italiani siamo forti, creativi e molto bravi ma ci sono alcune cose che dovremmo imparare a gestire meglio. E una di queste è imparare che l’inglese non è un’opinione.

Ora, mi direte: ma si, l’ho studiato quando avevo 15 anni. No. Mi dispiace, ma l’inglese che studiate nelle scuole italiane non serve. Cioè, no, serve per venire un weekend in Inghilterra ed ordinare una birra al pub. Se proprio siete skillati potete anche fare una conversazione.
Ma se state preparando il copy per il vostro super sito e non siete sicuri al 2000% che la CTA sia corretta, non sono sicura dovreste persistere. Ed ecco perchè:

1. Il copy è diverso dal saper parlare con i vostri amici in inglese. L’inglese sembra facile ma in realtà non lo è, soprattutto perché ci sono milioni di modi di dire che in italiano non si possono nemmeno tradurre letteralmente. E non, “non fa ridere” usare termini che circa comunicano il senso. Se scrivi in inglese, dovresti usare i termini corretti.
Clicchereste sulla CTA: “Inscriviti in newsletter”? Io no.

2. Se il vostro sito è online significa che TUTTI lo possono trovare. Ciò significa tutto il mondo. E anche se la vostra idea è fantastica, come pensate venga giudicata se con errori di grammatica?
Potrei paragonare questa sensazione a quando entrate in un ristorante meraviglioso e vi portano i menu tradotti con Google Translate. Io scapperei.

sei-fluent-in-inglese-startup-copy3. Avere un nome inglese per la propria startup non significa per forza essere fighi.
I nomi italiani sono belli e possono essere ricordati. Tutti gli stranieri in vacanza in Italia si ricordano del loro ristorante preferito, anche se il nome era in italiano.
Quindi, se non siete sicuri la parola inglese abbia un senso per essere usata per nominare la vostra startup, usate l’italiano.

4. Hai avuto l’idea magica e pensi di essere l’unico in grado di comunicarla. Bravissimo. La stai realizzando, ma non significa che per forza sarai bravissimo a comunicarla. Ti consiglio di affidarti almeno ai consigli di persone specializzate, che però ti saranno di aiuto solo se le ascolti, altrimenti, se vai avanti per la tua strada convinto di non essere capito, forse “non sono gli altri che sbagliano.”

5.La versione inglese è una bozza e quando ho i soldi aggiusto il copy“.
Questa è la parte che preferisco. Quindi stai validando e realizzando l’idea e cercando soldi, potenzialmente all’estero (visto che in Italia non ce ne sono tantissimi), con un copy in inglese maccheronico, senza pensare che ci sono milioni di tool, di gruppi, di forum che ti possono aiutare a scrivere in inglese corretto e non devi per forza contattare lo studio specializzato in traduzioni?

…in bocca al lupo! 😉

Social Media Marketing Speaker in London

In the last few weeks I’ve been a speaker for a few social media talks about Social Media Marketing, strategy, tools, personal reputation.
I’ve been invited by Outreach Digital  and a few other organizations and it’s been incredibly interesting meeting and talking with people, being on the other side for the first time. 😀

alessiacamera-socialmedia-speaker-online-marketing-LondonAs I think that Marketing is not something with established and generic rules valid for everyone I really like workshops, also because every month there are new tools, new ideas and you need to jump on them to give it a try, you really can’t be behind if you want to stay alive.
[Ok, maybe “staying alive” is a bit too much, but you did get what I meant, didn’t you?]
And I’m not only talking about businesses, but also professionals and consultants.
Personal reputation is important and you need to be online, using social media and connect with people important for your industry and your job.
Do you know that we’re spending more time scrolling Facebook than in the toilet?

Here my social media deck!

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Nelle ultime settimane sono stata invitata come speaker per alcuni eventi e workshop di social media marketing dove ho parlato di strategia, tool e personal reputation. E’ stato molto eccitante essere all’altra parte per una volta ed incontrare e confrontarsi con la community di Outreach Digital e di altre organizzazioni.

alessiacamera-socialmedia-strategy-online-marketing-consultant-LondonCredo infatti, che quando si parla di Marketing infatti non ci siano regole prestabilite e valide per tutti e quindi adoro gli workshop e la possibilità di confrontarsi. Inoltre, ogni mese ci sono nuovi strumenti e tool, nuove idee e campagne che bisogna conoscere e provare per rimanere aggiornati!
Ed ovviamente non parlo solo di aziende ma anche di professionisti e consulenti.
La personal reputation è importante come è necessario essere online, usare i socia media ed entrare in contatto con persone rilevanti per il tuo lavoro e il tuo settore.

Anche perchè  lo sapete che le persone spendono mediamente più tempo a “scrollare” Facebook che in bagno?

The UK is now a “smartphone society”

I know it’s Saturday, but today I’d like to share with you a really interesting fact.  I had the chance of looking at the the Ofcom’s 2015 Communications Market Report and it was really surprising having the confirmation that in the UK smartphones have overtaken laptops as the most popular device for getting online. 

Smartphones are now in the pockets of two thirds (66%) of UK adults, up from 39% in 2012 and a great jump since 2014, when just 22% turned to their phone first, and 40% still preferred their laptop.
Who’s using the mobile device? Youngsters (16-24) for the 90% but also 55-64 year olds are joining the revolutions passing in three years from 19% to 50%.

Mobile-Economy-smartphone-society-UKFor the first time in years, the smartphone has overtaken the laptop as the device internet users say it is the most important for connecting to the internet.
Isn’t it a big revolution we are facing right now? Isn’t it just the confirmation of a “mobile” economy we’re already experiencing?

You can check out all the stats here and the full report here

What does it mean? I think it’s a clear signal that from a business point of view you should improve your mobile experience and this is the most important thing you can do to drive conversions and sales. Only after your experience is great, you can think of online marketing, strategies and social media. 😉

The power of social media and storytelling: Foo Fighters will play in Cesena

Happy Friday everyone!

Today, I’m really happy to share with you an incredible Italian story, based on storytelling, dreams coming true and people.

I think all of you read about the 1000 musicians who played “Learn to Fly” by Foo Fighters at the same time and in the same place in Cesena, to actually ask Foo Fighters to come & play in Cesena.

A cool idea, a great accomplishment, months of hard work and an incredible result, which I think took over the Guinness World Record.
But, was it just a dream coming true?  And what can we learn out of it?

I think it’s becoming a great example for all online professionals and brands to be more confident about the power of storytelling, people and social media achieving a community goal.

1) People
It’s all about people. Do you have a dream? Find people helping you out and share your goal. It’s always about the team and not only the individual. You wouldn’t be able to achieve the same goal alone, in your little room, without sharing.

2) Storytelling
Tell your story, be spontaneous and keep track of what you’re doing. Be genuine, share the success but also the problems you can find in the process.
Videos are amazing helping you out, but also pictures, events are important.
Sometime brands think it’s not good sharing your weaknesses. But if you’re human it’s normal and we should be emphatic, we are not all superheroes! (even if it would pretty epic! :D)

3) Social Media
Social media are powerful, but maybe you already know it. People are empowered and there are so many examples of positive or either negative experiences.
People approaching social media are very much looking to produce viral content and become popular, even if just for a few hours. How can you do it?
Follow the first two points,  and share it. People love being part of positive stories, dreams coming true and bottom-up community achievements.
Don’t trust people telling you that they can do the job for you: it’s your dream and a daily job. It’s hard but important.
Remember to be authentic: it’s easier finding out your main goal was just being viral.

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Well done Fabio Zaffagnini, congrats to all your team and the musicians involved in this amazing project!

ps: thanks to my great flatmates Marco&Silvia who shared the story with me before even reading it online!