Perchè dovremmo fregarcene del numero di followers sui social

Ciao a tutti, amici! Oggi vi voglio parlare di un argomento che ho molto a cuore e che so che a qualcuno farà forse sorridere o venire mal di stomaco. Ancora una volta parleremo dei social media, ma stavolta non vi spiegherò come usare Instagram come l’ultima volta.

Molti di voi infatti mi chiedono “quanti dovrebbero essere i follower di una pagina Facebook e di un profilo Instagram” e come al solito non c’è una risposta uguale per tutti. Ma perchè preoccuparci così tanto dei followers, tanto da pensare di comprarli? E chi sono i famosi influencers, da dove arrivano e chi li ha inventati?

ps: Se avete altre domande fatemele sapere, così le considero per un prossimo approfondimento!

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Da dove arrivano gli influencers?

Sono sempre esistiti, hanno semplicemente cambiato canale. Oggi come un tempo vengono considerati influencers tutte quelle persone in grado di influenzare le scelte degli altri, grazie ad una determinata personalità oppure all’appartenenza a determinati gruppi o community.  
Vi ricordate della Smemoranda? Quando ero alle superiori, tutti avevano il diario Smemoranda, e mi ricordo che, anche se tutti ce l’avevano, il trend era iniziato molto prima, nella maggior parte dei casi iniziato da una persona particolarmente influente nella classe che aveva iniziato ad utilizzarla. E che poi ha influenzato tutti gli altri.
Si tratta di un concetto insito nella natura umana, ossia quello dell’emulazione, siamo bravissimi a copiare gli altri, soprattutto quando ‘questi altri’ hanno un determinato significato simbolico che vorremmo fare nostro. A Porthcawl, una sperduta cittadina a Sud Ovest del Regno Unito c’è ogni anno a ottobre un festival che si chiama The Elvis, il più grande festival mondiale dedicato al re del rock ‘n roll, con migliaia di Elvis che arrivano da tutta Europa (un numero che è solo di poco più basso rispetto al famosissimo The Burning Man) per celebrare la loro personale impersonificazione dell’unico ed inimitabile Elvis. Non è pazzesco?

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[Che poi, dopo tutto, essendo onesti (non odiatemi ma sarò brutale) nemmeno Elvis aveva creato nulla di veramente originale, si trattava semplicemente un mix di RnB, Blues e Gospel che sentiva tutti i giorni nell’esercizio quotidiano del suo lavoro come camionista.]

Quindi, dal momento che l’emulazione fa parte della natura umana, potenzialmente, tutti siamo copiati ed emulati dagli altri: dai nostri amici, dai nostri famigliari e siamo tutti influencers: non c’è nulla di male in tutto ciò.

Gli influencers nei social media

Con i social media questo processo di “emulazione spontanea” è stato alterato da due fattori:
a) il fatto che ognuno di noi è cosciente di quante persone influenza online e b) lo spostamento dall’offline all’online del budget pubblicitario delle aziende.

Il nostro comportamento è influenzato da Facebook e dagli altri social media per una serie di fattori. Ovviamente, dietro alla creazione di un progetto come quello di Facebook, c’è uno studio psicologico importante, un’analisi di quelli che sono i nostri bisogni umani, soddisfatti attraverso funzionalità specifiche della piattaforma. Il bisogno di sentirsi apprezzati, di fare parte di un gruppo e di essere valorizzati per la propria idea è uno dei bisogni umani essenziali, soddisfatto per esempio dal numero di like che riceviamo per i nostri post, e collegato al bisogno di crescere, di evolverci e di diventare persone migliori, che si esprime nelal piattaforma con il numero di amici e followers. Ecco perché quando aumentano i followers ci sentiamo soddisfatti!

Questa nuova idea ha tuttavia avuto uno sviluppo poco felice quando le persone hanno capito che “avere un certo numero di followers” li faceva sembrare influenti e importanti agli occhi esterni. Avere un ‘mille’ o ‘k’ numero di followers infatti, ci fa considerare più seguiti, più contesi, più significativi per il mondo esterno: quanti più seguaci ha una persona, quanto più è considerata importante. Se siete in una nuova città e cercate un ristorante dove cenare, sicuramente non ne sceglierete uno vuoto, suppongo: quanto più occupati sono i tavoli, quanto più il nostro cervello si convince sia un bel locale e a buon prezzo. Quindi, secondo il cervello umano “mille followers = questo deve essere uno figo”.

Leghiamo questo primo punto al secondo fattore: i budget di pubblicità si stanno pesantemente spostando verso l’online. L’anno scorso scrivevo su Marketing Arena che “In UK l’internet advertising, che ha superato la spesa pubblicitaria nei media tradizionali già nel 2010 e ad oggi riceve la maggior parte degli investimenti, raggiungerà il 44,2% del totale degli investimenti pubblicitari già alla fine di quest’anno (in Italia è pari al 30%) con una spesa nel social media advertising pari a 920 milioni di sterline già nel 2014.

Quindi, le aziende stanno abbandonando la TV, i giornali ed i canali offline in modo pesante e stanno capendo che investire in Internet è invece molto interessante.
I consumatori, d’altro canto, sempre più bombardati da pubblicità, notizie ed informazioni, trovano altre soluzioni per capire di cosa hanno bisogno : l’84% delle persone in fase di decisione di acquisto si fida molto più dei familiari e degli amici piuttosto che di un annuncio pubblicitario in TV o sui giornali*. Il passaparola esiste dalla notte dei tempi ed ancora influisce su una decisione per il 74%. Il 68% dei consumatori crede nelle opinioni che trova in rete da parte di altri consumatori mentre l’88% si fida delle recensioni degli sconosciuti tanto quanto si fida di quelle dei familiari.
Il passaparola si dimostra adatto nell’aumentare l’efficacia delle tecniche di marketing sino al 54% 

 

https://www.instagram.com/p/BLijgUIFWj8/

 

Quindi, riepilogando, i brand possono investire in internet qei budget enormi che prima usavano nella TV e sono a conoscenza del fatto che il passaparola e le opinioni di altri consumatori hanno un impatto molto importante nella decisione di acquisto. 

[*In UK ci sono fior di studi che parlano di come fare marketing ai millennials, ossia a noi nati tra gli anni ‘80 e il 2000. Ma forse basterebbe un po’ di buon senso per capire perchè non ci fidiamo di quello che ci consiglia un mezzo di comunicazione che sappiamo influenza le masse e non rappresenta più quella magica invenzione vissuta dai nostri genitori sulla moda di Carosello.]

L’analisi degli influencers

Se uniamo i puntini, vedremo che si tratta di una macchina messa in moto che se a livello di marketing online può dare risultati positivi, a livello sociale sta creando dei mostri.
Un tempo erano i testimonials le figure collegati ai valori del brand, quindi non è stato creato nulla di nuovo, anche oggi gli influencers vengono usati come cartelloni pubblicitari, con lo scopo di farsi notare e condividere messaggi ad hoc sui prodotti. Ma i testimonials avevano un legame con il brand a livello di valori o di esperienza: oggi questa connessione non è più necessaria.
Ci sono 
agenzie e piattaforme che tentano di mettere insieme influencers e brand con meccanismi poco chiari, che non si basano su nessun valore, solo su una ipotetica condivisione di interessi. D’altra parte oggi le aziende non vogliono teorie ma numeri, e sono purtroppo gran poche quelle che scelgono una strategia e contenuti di qualità, prediligendo piani a breve termine e picchi in crescita. Quando gli influencers capiscono che i contenuti non servono, poiché vengono pagati anche senza creatività, si limitano a fare post, video o immagini piatti dove il brand viene solo menzionato. E i followers nella maggior parte dei casi se lo fanno anche andare bene, perché è lo stesso influencer a spiegare che il suo è proprio un lavoro che ha bisogno di essere pagato da qualcuno, quindi dai brand. Un modello di vita che nella maggior parte dei casi ostenta l’eccesso e la superficilità, che si basa sullla partecipazione ad eventi esclusivi, viaggi, foto e video e che rappresenta il sogno di tutti i follower, e che nella maggior parte dei casi magari non è nemmeno veritiero

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Questo vortice dato dai brand che hanno budget => che pagano gli influencers indipendentemente dal contenuto => che viene condiviso sui social => e seguito da un pubblico internet tendenzialmente assuefatto => che condivide senza pensare alle conseguenze => diventa ancora più negativo nel momento in cui tutti capiscono che tutti possono diventare influencer. Non serve più essere un campione dello sport o avere competenze specifiche nella creazione di contenuti fighi. Ti basta avere “k” followers. Ed ecco che tutti vogliono riuscire ad ottenere “k” followers in poco tempo per essere considerati degli influencers. Inoltre, dal momento che su Instagram come su Facebook i contenuti che vedi non sono quello cronologici ma quelli decisi da un algoritmo che influenza il tuo comportamento, l’unico modo per aumentare il numero dei followers è quello di usare piccoli software automatici che lavorano su Instagram per mettere 500 like in un giorno ed accelerare il tuo comportamento sulla piattaforma per aumentare i followers. Anche se non sei nessuno, non fai foto fiche e magari non sei nemmeno bravo a scrivere le presentazioni.

Perchè se qualcuno ti segue, stimola il follow back e se mette like alle tue foto ti viene quasi automatico ricambiare. Ma sappi che non è lui, ma il robottino che sta lavorando in incognito  finché è a farsi l’aperitivo del venerdì sera.

Fai una prova: scaricati Instagress e in modo molto lento (avviso: se Instagram ti trova ti blocca tutto e ti banna) prova ad impostare alcuni hashtag e commenti automatici. Sono sicura che dopo un po’ i profili con ‘k’ followers non ti faranno più nessun effetto. 😀

Ditemi che cosa ne pensate su Twitter e seguitemi, così arrivo anche io prima o poi a ‘k’ followers, lol!

Finalmente mi sono laureato. E adesso?

Ogni tanto mi fermo e penso: “Quando mi sono laureata, non pensavo che il mondo sarebbe cambiato così tanto“.
E non sono l’unica. Ma credo che pochi pensino a quanto e come questo cambiamento sia avvenuto e ci abbia resi diversi in qualsiasi cosa che facciamo. Durante la tesi, avevo scoperto un tool che scansionava le pagine dei libri, con la possibilità di inserirle direttamente su Word e mi sentivo una VIP. Ovviamente oggi l’intuizione fa abbastanza ridere. Fa ridere perché il cambiamento e la tecnologia che abbiamo a disposizione oggi, ci ha permesso di fare cose che dieci anni fa sembravano fantascienza.

Ciò è ovviamente fantastico. Ma ci rende anche più insicuri. Il cambiamento ci fa paura anche se non lo ammettiamo. Eppure, non ci siamo ancora abituati?
Lcompetenze-scuola.università-del-futuro@alessiacamerae aziende chiudono ma tante persone che conosco sono ancora convinte che il contratto a tempo indeterminato sia la cosa più importante e bella che ci possa succedere.
Come tanti studenti sono convinti che una laurea ed un 110 e lode siano il requisito essenziale per trovare un lavoro in linea con le proprie aspettative.
Eppure, entro il 2020, il World Economic Forum stima che 5 milioni di posti di lavoro saranno persi con l’avvento dell’intelligenza artificiale, dei robot e delle nanotecnologie.
La notizia positiva è che altri 2 milioni di posti di lavoro saranno creati come conseguenza di queste nuove tecnologie.
Quindi non focalizziamoci sul curriculum, ma sulle competenze. Saranno le nostre competenze a salvarci. 

Se sei uno studente universitario, sei fortunato. Buttati!
Caro studente, come prepararsi ad un futuro lavorativo ancora più incerto di quello che stiamo vivendo oggi?
Vorrei raccontarvi una storia. Quando qualche settimana fa ho fatto mentorship alle startup del Wellness e Fashion/Retail accelerator ad H-Farm, ho avuto modo di testare alcuni progetti Alfa e condividerli sui social. Tra i tanti, mi ha risposto mio cugino che sta studiando robotica al Politecnico di Milano (se tornassi indietro, studierei anche io informatica all’università, ma se mia nonna avesse le ruote..). Parlo spesso con lui e mi accorgo come la troppa focalizzazione sui concetti e sull’acquisizione di competenze tecniche sia fuorviante. Per non parlare dei voti dell’esame o di quello di laurea. A cosa serve un 30 costante se poi non hai la più pallida idea della modalità di applicazione di quello che stai studiando nella vita reale?

Quando sei all’università vivi in un mondo anni luce distante da quello reale, così tanto che quando il treno arriva in stazione e tu sei obbligato a scendere, ci metti un sacco di tempo a trovare l’uscita giusta, rischiando di perderti mille volte o di passare troppo tempo a chiedere informazioni a chi molto probabilmente non ne sa più di te. studenti-università-quote-futuro-incerto@alessiacamera Allora, prima di arrivare al capolinea dovremmo essere sicuri di fare il percorso giusto, fermandoci a stazioni intermedie, collaborando con progetti e persone che ci aiutino a capire come le nostre competenze tecniche si applicano in un mondo che sta cambiando alla velocità della luce.
Non abbiate paura di buttarvi, proporvi per stage part-time non pagati oppure side project.
Seguite le persone giuste, interagite con chi condivide il vostro modo di pensare ed agire e buttatevi!
Anche se vi sembra poco costruttivo, ogni esperienza vi porterà dei benefici ed imparerete sicuramente qualcosa, perché la maggior parte di quello che sappiamo lo impariamo nel posto di lavoro, il “learning-by-doing is the new black.” Se non ne siete convinti leggete questo articolo, dove si spiega come l’automazione di alcuni lavori porta alla creazione di molti altri, dove però sono necessarie specifiche skills e competenze. E se non sappiamo nemmeno quali questi possano essere, a cosa serve un 30 in un esame definito da un ordinamento scolastico almeno 20-30 anni fa?

Se sei convinto di avere un lavoro che ti renderà felice per tutto il resto della tua vita.
Ma dovresti investire sulle skills che saranno necessarie per fronteggiare i cambiamenti che ci aspettano. E che non sono molto distanti da questo 2016 che stiamo vivendo oggi. 

Siete laureati da un po’ e felici e comodi sul vostro contratto a tempo indeterminato? Io se fossi in voi sarei ancora più preoccupato. Ma non perché state pagando dei contributi che non vedrete mai tramutati in pensione oppure perché siete convinti che la vostra azienda non fallirà mai.
Io sarei preoccupata per un modo di pensare che si basa ancora sul cv, sulle agenzie del lavoro, sull’orario 9-5.
Basta leggere questo articolo, pubblicato su TechCrunch qualche mese fa, per rendersi conto quanto il curriculum sia solo la punta dell’iceberg e che quello che dovremmo fare, per sopravvivere in un futuro che diventa sempre più tecnologico, è di avere un approccio di crescita dinamica, che si basa su esperienze, performance, curiosità, con un curriculum che combina la nostra personalità e non solo gli studi e le esperienze lavorative. Le nostre soft skills, ossia le competenze trasversali sono strumenti essenziali, anche se ancora considerati secondari rispetto alle hard skills, le competenze tecniche da molte aziende.
reasons-we-are-rad-never-stop-learningEppure, secondo lo studio Future Work Skills 2020, saranno 10 le skills necessarie per avere successo nel mondo del lavoro del futuro e far fronte ai cambiamenti che avverranno: sense making, la capacità di dare senso e significato a situazioni complesse ed ambigue; social intelligence, la capacità di essere connessi agli altri, creando reazioni ed interazioni; adaptive thinking, la capacità di pensare a soluzioni ad hoc e che si adattano a nuove circostanze rispetto alla routine; competenze cross-culturali, l’abilità di operare in situazioni multi culturali; pensiero computazionale, la capacità di trasformare set di dati in concetti astratti e capire i dati; conoscenza dei nuovi media ai fini dello sviluppo di contenuti di comunicazione; multidisciplinarietà, la capacità di capire concetti in discipline diverse; design mindset, la necessità di capire e riconoscere il modo di affrontare i diversi task ed aggiustare lo spazio di lavoro per renderlo stimolante al raggiungimento degli obiettivi; cognitive load management, la capacità di filtrare le informazioni in base all’importanza, sia in fase ricevente che emittente; virtual collaboration, la capacità di collaborare in team virtuali.

Quello che dovremo veramente imparare è di non smettere mai di studiare, ma non necessariamente per avere un lavoro. Per noi.

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Cara ministra Lorenzin, ecco perché il fertility day ci fa incazzare

Cara ministra Lorenzin,
ho deciso di scrivere questa lettera per farle capire quali possono essere i motivi per cui la campagna Fertility Day non è stata molto apprezzata dalle donne italiane. Anche da molti uomini, per fortuna.
Non abbiamo bisogno di una campagna che ci faccia pensare a quanto sia bello avere figli, ma abbiamo bisogno di una serie di paradigmi e strumenti che facilitino noi donne a prendere decisioni che cambiano la vita. Perché io non ho figli, ma vedo che la vita dei miei amici neo-genitori non è la stessa di prima, giustamente.
Ecco quindi perché, anche se il suo staff ha usato la campagna per creare informazioni sulla prevenzione e sulla fertilità, molte di noi avrebbero apprezzato interventi pratici e lo stanziamento di budget da utilizzare in politiche apposite, piuttosto che eventi di informazione nelle maggiori città italiane ed un piano teorico. Anche perché, tutte ormai sappiamo che l’orologio biologico non esiste, ma è stato inventato da un giornalista americano negli anni ’70
Mi sento quindi nella posizione di suggerirle alcuni punti su cui potreste lavorare per raggiungere in modo più efficace gli obiettivi da voi comunicati.

1) La carriera ed i contratti lavorativi delle donne. Se è vero che siamo considerate emancipate rispetto agli anni ’50 (e basta guardare questa serie su Raitre per farsi un’idea di quello che succedeva prima) non succede fertility-day-politiche-no-propaganda-lorenzinaltrettanto nella pratica. Quando mi sono laureata, a 25 anni con 110 e lode, al mio primo colloquio di lavoro mi hanno chiesto se avevo intenzione di mettere su famiglia. Ovviamente non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello dopo 5 anni di università e più di 70 esami. Volevo lavorare. Ma anche se il pensiero di altre mie coetanee fosse diverso dal mio, sei costretta a mentire per avere un lavoro. Altrimenti non sei nemmeno considerata. Ottieni il primo contratto. Lavori, impari, sgomiti.
Puoi essere bravissima, intelligentissima ed essere disponibile a lavorare “n” ore ma sai dentro di te che un uomo avrà sempre la precedenza. Prenderà uno stipendio più alto, avrà maggiore accesso a promozioni e avanzamenti di carriera. Appunto perché “ci sono i figli”. Perché quando arrivi a 30 anni fai paura, perché “puoi entrare nell’età in cui vorresti dei figli”.
(E non lo dico solo io. Ma anche McKinsey.)
Se sei fortunata ad avere un contratto indeterminato, puoi scegliere, anche se sai dentro di te di rischiare il “congelamento”, perché farai fatica a cambiare. Sai bene inoltre, che essendo tu quella con lo stipendio più basso, il padre sarà quello costretto ad andare a lavorare. E sai bene che se non vuoi pesare troppo sui nonni, il tuo stipendio sarà quasi tutto pro asilo, baby sitter e centri estivi.
Se invece, sei precaria, sai che nulla sarà come prima. Ed il reinserimento nel mondo lavorativo sarà ancora più difficile.
Facciamo qualcosa per evitare il ripetersi di queste situazioni, dal momento che ci sono studi che dimostrano che la diversità di genere nelle aziende porta solo a benefici concreti per tutti?
Facciamo qualcosa per tentare di assomigliare a quei bei Paesi nordici dove si vedono i padri felici che portano all’asilo i loro tre figli sorridendo e non chiamano disperatamente le madri alla prima difficoltà perché non riescono a passare 30 minuti al giorno con i loro figli?
Ad esempio con delle politiche di detrazione fiscale per pannolini, asili e passeggini. Ma non è il mio settore di competenza, ovviamente lascio a lei l’onere.

2) Il lavoro come freelance. Per fortuna, grazie alla tecnologia, possiamo lavorare in remoto, ed essendo donne con pargoli al seguito mi sembra una fantastica opportunità.
Anche qui la situazione non è delle migliori: tasse altissime per quelle povere che decidono di mettersi in proprio (oltre ai vari problemi intrinseci del settore, come i pagamenti infiniti ecc..), mancanza di corsi professionali se non quelli del fondo sociale europeo o privati (che se ci servono per competere a livello internazionale non servono praticamente a nulla) e totale assenza di politiche a sostegno di donne che dopo aver pensato alla prole decidono di re-inserirsi nel mercato lavorativo magari decidendo di diventare sviluppatrici web, UX designer o simili.
Immagino che questi discorsi siano fantascienza per l’Italia, ma vivendo nel Regno Unito so che è possibile usare fondi, creare corsi e gruppi che aiutino le donne a cambiare percorso e carriera dopo un figlio, aiutandole ad entrare in nuovi settori, come ad esempio quello tech, visto che tutto il mondo cerca sviluppatori e quello della carenza di donne nell’industria tech è un altro dei grandi punti di domanda di oggi.
Facciamo qualcosa per aiutare le donne che vogliono re-inserirsi nel mondo del lavoro con corsi, programmi, detrazioni, aiutandole a creare delle competenze in linea con quelle del mercato del lavoro odierno e futuro?

3) La mancanza di sicurezza verso il futuro. I miei genitori ed i loro coetanei hanno lavorato 40 lorenzin-fertility-day-settembreanni nella stessa azienda, sono riusciti ad acquistare una casa (a volte anche più di una) ed alla mia età erano felici, convinti che nulla sarebbe mai cambiato.
Io alla stessa età ho cambiato 6 aziende, 2 orientamenti professionali, 3 Paesi e potenzialmente non so che cosa farò o dove sarò il prossimo anno. Mi considero ovviamente un estremo, ma immagino  di non essere l’unica. E li vedo i ragazzi, più giovani di me, su un volo diretto all’estero alla ricerca di qualcosa che nemmeno loro hanno idea cosa sia, ma sanno che all’estero il loro lavoro, la loro iniziativa e la loro fatica verranno ripagate in esperienza e stipendio adeguati.
Credo che i ragazzi che rimangono in Italia non abbiano nemmeno questa speranza.
Facciamo qualcosa per sostenere il futuro di noi giovani con un piano a lungo termine che ci permetta di costruircelo? Perché sappiamo tutti che il Jobs act ed i precedenti non hanno avuto grandi risultati. 

4) Invece delle tavole rotonde, perché non promuovere incontri territoriali di informazioni e programmi nelle scuole? Da professionista nella comunicazione, mi sento di dirle che le cartoline, la campagna di comunicazione (per non parlare del Piano Nazionale per la fertilità) non sono in linea con le esigenze e le motivazioni del target di riferimento.  Se lo scopo della campagna di comunicazione era quella di creare informazione sulla fertilità per donne dai 20 ai 30 anni (anche se sembra che lo scopo della campagna fosse più quello di spingere le donne a procreare), perché non utilizzare i consultori ed i centri donna, sparsi in tutto il territorio nazionale, piuttosto che fare eventi a grande impatto mediatico con tavole rotonde nelle maggiori città italiane ed utilizzare cartoline con contenuti poco veritieri? Così si crea propaganda, e sicuramente non si raggiungono gli obiettivi.
La generalizzazione del target che includeva infatti anche donne impossibilitate ad avere figli, informazioni poco chiare e veritiere, un messaggio generico, contenuti poco di qualità ed immagini finte hanno decretato il fallimento di questa campagna di comunicazione.
Se veramente lo scopo era creare informazione sulla fertilità per un determinato target di persone, perché non fare una serie di indagini, di questionari per capire le necessità, motivazioni e opinioni e poi investire il budget in video ed informazioni ad hoc, visto che tutt’oggi nelle scuole c’è una carenza di informazioni ed educazione in merito?
(Che poi spero proprio che il gioco dell’estate fosse rivolto ai ragazzini nelle scuole, se volete imparare guardatevi la campagna danese!)

Da cosa e come è influenzato il nostro comportamento su Facebook?

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Quando per la prima volta, nel 2008 mi sono affacciata al mondo di Facebook, credevo veramente che la tecnologia potesse migliorarci, e così come noi, anche il mondo attorno.
Più informati, più connessi e più vicini, si sarebbero create molte più possibilità di condivisione e contatto.
Come dice Tim Rayner in questo articolo: “The gift shift: what’s social about social media”  i social media sono stati creati come idea di uno spazio virtuale dove incontrare altre persone e svolgere online le stesse attività che svolgiamo offline, ma dal momento che sono online, ci dovrebbe essere un minore coinvolgimento ed un minore aspetto celebrativo rispetto alla nostra vita reale.
Secondo Tim i social media dovrebbero basarsi sulla cultura del dono, della condivisione di idee con persone che la pensano come noi, dal momento che tutti insieme stiamo lavorando alla creazione di un “digital commons”. E sarebbe fantastico se tutti la pensassero così e condividessero notizie con lo scopo di crearlo ed aiutare veramente qualcun altro. Come tanti hanno fatto per aiutare Giorgia nel suo momento di difficoltà, ad esempio.
Ma perchè dobbiamo diventare sensibili solo in situazioni drammatiche, in cui ci riconosciamo direettamente e non fare la nostra parte ogni giorno perchè questi canali online non siano solamente un luogo dove vince chi urla di più, chi punta il dito contro qualcuno e chi pensa di saperne più degli altri?
Basta scrollare la vostra bacheca per vedere quello che sta succedendo da un po’: condivisione di link perchè “possono essere utili” senza controllare la fonte, immagini condivise per partecipare a contest che regalano auto o iPhone, condivisione di notizie semi-vere usandole come “scusa” per poter affermare una propria idea basandola appunto sul link semi-vero, esprimendola con aggressività e senza accettare altri punti di vista. Non vorrei mettere in discussione l’intelligenza di nessuno, ma a volte sembra veramente serva un corso di educazione, come per prendere la patente.
E mi porrei un’altra domanda: sono comportamenti e frasi che condividereste in situazioni sociali reali, come quando vi incontrare al bar oppure ad una festa?
Secondo me, no. Quando parli con qualcuno stai ben attento a quello che dici perchè non vuoi rischiare di fare brutta figura. Online nessuno si preoccupa di tutto ciò, perchè “siamo online, siamo su Facebook, non avevi capito fosse uno scherzo? Non vorrai che sia serio qui”.
Ci sono persone che usano i social per farsi vedere, per voler dimostrare che sanno/fanno/sono qualcosa di importante grazie alla costruzione di contenuti ad-hoc ed atteggiamenti aggressivi, solo per far vedere che la loro opinione è supportata e rispettata, per esprimere unicità ed uno stile di vita esclusivo.
E’ una novità? No, nella vita reale l’apparenza e l’atteggiamento aiutano a dimostrare questo tipo di personalità, il fatto è che la possibilità di interagire con un pubblico ampio è molto minore e offline ci sono delle conseguenze che online riesci quasi sempre a schivare.
Inoltre, Facebook utilizza meccanismi che fanno in modo che vengano condivise solo le notizie ed i contenuti più cliccati, più condivisi e quindi potenzialmente più generalisti e meno di qualità.
A questo punto potrei già concludere dicendo che non è tutta colpa nostra. Ma andiamo con ordine.

Come è influenzato il nostro comportamento su Facebook?
Facebook utilizza meccanismi che fanno in modo che vengano condivise solo le notizie ed i contenuti più cliccati, più condivisi e quindi potenzialmente più generalisti e meno di qualità.

L’accellerazione della creazione di contenuti ed il calo della nostra attenzione
Oggi nel mondo si creano un sacco di contenuti, senza volere essere precisini con gigabyte, terabyte o altro, credo che questa infografica di Smart Insight renda bene l’idea:

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La nostra attenzione, tuttavia, non riesce a far fronte a questa massa enorme di informazioni, e la nostra curva di attenzione non regge più di 9 secondi. Ecco, quindi, che abbiamo bisogno di filtrare le informazioni ed i contenuti, con strumenti che ci aiutino a trovarli e metodi di scrittura che stimolino la psicologia intrinseca per farci cliccare.
Ecco quindi che la suspence, l’utilità, il desiderio di possedere cose, il ricordo, l’emozione, l’ambizione, l’emulazione sociale diventano i motivi principali che ci spingono a condividere i contenuti. E la correttezza delle fonti e delle informazione passano in secondo piano, anzi forse nemmeno ci interessano. Perchè lo scopo della condivisione non è più condividere l’informazione in sè. Ma creare una emozione, un feeling in chi ci legge. 

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L’algoritmo di Facebook
Quando la sezione Notizie è stata lanciata è stata considerata “La sfida tecnologica più grande mai affrontata da Facebook(come si legge nel libro: “Facebook. La storia: Mark Zuckerberg e la sfida di una nuova generazione). Eppure, oggi, l’algoritmo ha i suoi pro ed i suoi contro.
Se analizziamo i benefici, ci aiuta a capire quali sono i contenuti che veramente ci interessano, diventando una piattaforma di content curation che impara dal nostro comportamento sulla piattaforma, facendoci vedere contenuti sponsorizzati, video e profili degli amici con cui interagiamo più spesso. In un mondo che va ai 200 km/h può anche farci piacere e farci risparmiare tempo.
Ma da un altro punto di vista, il time feed premia tutti quei contenuti con il più alto numero di reazioni e condivisioni, senza ovviamente analizzare se quei contenuti siano di qualità o veritieri. Quindi, una parola o una frase, secondo un’analisi oggettiva del contenuto, possono fare la differenza per il messaggio che si vuole condividere ma Facebook lo conterà comunque come una condivisione, quindi un contenuto apprezzato (sarei molto curiosa di sapere come viene registrato in caso di reazione triste, telefono un attimo a Mark..).
Siamo noi con il nostro comportamento che influenziamo l’algoritmo, quindi siamo sempre noi a definire i contenuti condivisi. L’algoritmo può sicuramente privilegiare alcuni tipi di contenuti come le immagini o i video dei profili dei nostri amici e ci spinge a guardare questi tipi di contenuti, invitandoci a partecipare ad un mondo pre-fabbricato e deciso sulla base di obiettivi sconosciuti.
Ad esempio sono fermamente convinta che il fatto che Facebook dia più spazio ai contenuti video ed abbia aggiunto le foto a 360° sia per iniziare il “percorso di educazione” verso l’utilizzo del visore Ocolus Rift, che arriverà in Europa dal 20 settembre.  Il passaggio foto-contenuti-visore sarebbe infatti stato troppo repentino per tutti, non solo per i cosiddetti utenti pionieri. (se volete saperne di più di come i diversi soggetti reagiscono all’innovazione, andate a vedervi la ricerca di Roger sulla diffusione dell’innovazione. Potete anche capire a quale segmento appartenete cliccando qui). Forse mi sto spingendo troppo in là, torno in tema.
Quindi, ricordiamoci, che l’algoritmo è sì di Facebook ma anche influenzato da noi, quindi ricordiamocene quando condividiamo certi contenuti.

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La psicologia dell’imitazione (o social proof)
Immaginate di essere in vacanza in una città che non conoscete, con un amico. Uscite dall’hotel alla ricerca di un posto dove andare a cena, il concierge è occupato e non avete voglia di perdere tempo e fare una ricerca su internet. Fate tre passi ed arrivate in una strada piena di ristoranti, un thai, un tapas bar, un italiano. Non volete andare per forza all’italiano per essere sicuri di mangiare decentemente. Quindi come scegliete? Se siete come me e come la maggior parte delle persone seguite la regola del: vediamo qual è quello più pieno. Se c’è tanta gente che sta mangiando, sarà per forza buono. Se è vuoto, meglio continuare a camminare. E questo è solo un esempio di un atteggiamento comune, che ci porta ad imitare gli altri.
E’ il modo più semplice e veloce per superare la nostra incertezza. Se la maggioranza si comporta in un certo modo, è sicuramente quello giusto, poichè assumiamo che abbiano delle informazioni che noi non abbiamo. Questo comportamento si chiama social proof.
Quante volte avete condiviso un file perchè avevte visto che aveva già raggiunto un alto numero di condivisioni e non volevate rischiare di essere giudicati male dai vostri amici/parenti/ecc?
Immagino, tante. Ma avete mai controllato che quella immagine o link fossero veritieri?
Ad esempio, questo tentativo banale di disinformare.

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Spero di avervi dato qualche spunto di riflessione.
Fate i bravi sui social, soprattutto Facebook, che è il canale più generalista e frequentato.
Divertitevi in queste ultimi giorni di vacanza e non dimenticatevi di pensare!
Io adoro agosto perchè lo uso per studiare. 😀

 

Web Marketing Festival 2016: il punto di vista di uno speaker

Quest’anno ho avuto la fortuna di essere parte degli speaker del Web Marketing Festival, un festival molto interessante sul web marketing in Italia a Rimini, ed il mio primo da speaker di Growth Hacking in Italia di dimensioni così grandi: circa 4000 visitatori in totale.
Devo dirvelo: tanta emozione, tanta soddisfazione ed un bel pubblico.
Un’esperienza che permette di capire in un paio di giorni quali siano gli aspetti più critici di chi si occupa di marketing online in Italia e che ovviamente non dà l’idea solo della domanda ma anche dell’offerta.
Vista la piccola polemica che si è creata subito dopo il festival (marchetta sì, no, speaker senza alcun rimorso spese giusto, no) mi piacerebbe farvi riflettere su alcuni aspetti.

Il Festival 

Un bel festival, bella location e con un sacco di cose da fare e speech interessanti. L’organizzazione può essere sicuramente migliorata e non lo dico da semplice fruitrice, ma anche da organizzatrice di eventi come Secret Sauce ma ovviamente il mio feedback è positivo.
Era, infatti, un peccato che alcune stanze fossero off-limits per motivi di spazio. Ma non solo per il pubblico, anche per noi speaker. Mi sono trovata stipata sul palco, senza un microfono senza fili e il telecomando per le slide che mi avrebbe permesso di coinvolgere direttamente l’audience, passeggiando nella stanza e facendo domande dirette. Non mi piacciono i palchi, ma non ho visto altre soluzioni in quei pochi minuti che mi separavano dall’inizio del mio speech, a parte prendere confidenza con un mini-palchetto dove mi si vedeva appena. Ed, ovviamente l’emozione ha fatto da padrona, anche perché ero molto preoccupata per il mio italiano 😛web-marketing-festival-2016
Nella stessa stanza non ero potuta entrare all’inizio della prima talk per provare appunto microfono, non sapevo nemmeno come si chiamava la moderatrice che non aveva fatto nulla per aiutarmi o per capire le mie perplessità (come invece mi succede quando mi trovo dall’altra parte).
Ho potuto notare poi, come invece altri spazi come l’anfiteatro fossero mezzi vuoti, perché ovviamente enormi, o come fossero più forniti con appunto microfono senza fili e puntatore.
Si tratta di necessità così basiche per gli speaker di un festival che sinceramente non mi ero nemmeno preoccupata di controllare, ma anche qui si impara, saranno informazioni che chiederò sicuramente, prima del mio prossimo talk!

Gli speaker

Anche se cresciuto notevolmente, il web marketing rappresenta comunque un settore di nicchia in Italia, dove i professionisti-consulenti si conoscono tutti alimentando gelosie, un pochino di arroganza e diffidenza, nel vero senso italiano. Arrivando da Londra, ed avendo gran poco a che fare con il mondo italiano, posso notare come le competenze ed gli obiettivi di lungo termine siano quelli che fanno la differenza, e la “marchetta” se anche c’è, ha vita breve. La bravura e le competenze dovrebbero essere essenziali, ma a volte la volontà di “vendersi” e di “farsi vedere” oscura tutto.
E ciò succede ovunque, non solo in Italia.
Lo scopo di questi eventi dovrebbe essere “l’apprendimento” ma non solo per l’audience, anche per gli speaker. Ieri sera parlavo con una signora di 65 anni che 10 anni fa ha imparato come fare rendering 3D per il suo studio di progettazione e design. Tanti progetti li ha seguiti gratuitamente all’inizio, perché sapeva di dover farsi esperienza, e lavorare gratuitamente in un vero e proprio scambio di competenze iniziale è quello che ti permette di crescere, evolvere e specializzarti.
Con questo approccio dovrebbero arrivare sul palco anche gli speaker di un festival che non ricevono nemmeno un rimborso spese, con un senso di condivisione e di scambio reciproco.
Con umiltà e passione.

Quello che facciamo quando organizziamo Secret Sauce è la ricerca della qualità, tentando di coinvolgere speaker che conosciamo direttamente, sicuri delle esperienze che vengono portate all’evento. Le competenze così  come la passione, l’entusiasmo e l’esperienza sono caratteristiche essenziali per avere uno speaker di qualità.
La marketta non dovrebbe essere alla base di questi eventi e sta all’organizzazione tentare di abbassare quanto più possibile queste possibilità, a scapito della reputazione dell’evento stesso.
Ciò non significa “iniziare a pagare gli speaker per aumentare la qualità” ma migliorare l’organizzazione il più possibile per mantenere alta l’asticella di questo evento e le aspettative del pubblico e far sì che non si perda il focus per allargare l’interesse di quanti vengono a Rimini per imparare “tutto”.  E magari tornare a casa con una gran confusione, invece che con pochi concetti ma chiari.

L’esperienza
work-placement-esperienceNon sto puntando il dito contro nessuno, non è una polemica fine a se stessa, ma una critica costruttiva perché credo che in Italia abbiamo sempre più bisogno di eventi così, dove i professionisti possono condividere le loro strategie e consigli a chi voglia saperne di più, e quindi avere a che fare con un pubblico anche molto eterogeneo (ancora più difficile come aspettative).
Quando torno in patria sono molto felice di condividere le mie esperienze con un pubblico anche molto distante da quello a cui sono abituata, mi piace rischiare ma rendere facilmente comprensibile e applicabile il nostro concetto di online marketing.
Quello che non mi piace di quando mi trovo in Italia è che è molto semplice puntare il dito, scrivere un post su Facebook dove si scaricano le responsabilità o si punta il dito verso qualcun altro.
Ma, non è così che si costruisce un progetto! Solo con un processo, un team, e degli obiettivi si riesce a capire dove si vuole arrivare e come si può migliorare, attraverso nuovi piani e strategie.
Ed il progetto c’è, abbiamo un sacco di potenzialità, una creatività pazzesca e se facessimo un pochino di sistema invece di guardare al nostro collega con l’occhio critico, potremmo alzare l’asticella tutti insieme.
Io mi auguro che ognuno di noi con umiltà e perseveranza capisca che possiamo sviluppare un sistema che funziona, che dove finiscono le competenze di qualcuno iniziano quelle di qualcun altro e che non ha senso puntare il dito, ma invece creare collaborazioni e occasioni di apprendimento continuo per tutti. Sarebbe sicuramente tempo meglio speso ❤

Un abbraccione.

Ho provato UBEReats e no, il taxi non c’entra con la consegna

UBER non è solo ferma al suo servizio super cheap di taxi-on-demand. Dopo gli Stati Uniti ed il Canda, UberEATS arriva a Londra. Ed io ho deciso di provarlo, intanto perchè sono curiosa e poi perchè volevo raccontarvi come fosse l’esperienza. 

Ma analizziamo prima il servizio. Lo scopo, per UBER, è ovviamente quello di allargare la propria offerta, non solo con un cross-selling, ma con una nuova app ed un nuovo servizio, con la possibilità di aumentare notevolmente la propria user-base, che tuttavia non si sposta dal concetto di servizio-on-demand del brand, ma entrando a far parte di un mercato super competitivo, popolato da Deliveroo, Pronto, Take it Easy, JustEAT e molti altri. Una vera e propria estensione di marca, quindi. 


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Così come Amazon che con il servizio FRESH sta entrando nel mercato dei supermercati online, anche UBER sta facendo leverage sulla propria tecnologia per entrare in tutti i settori, non solo quello dei taxi quindi, sviluppando quello che potrebbe essere un ‘UBER for everything‘. 

La coerenza di marca, quindi, è rispettata.
Sarà di successo come quello dei taxi on-demand? Difficile da dire, soprattutto al momento del lancio. 

Sicuramente c’è un beneficio di brand, ma, rispetto ai taxi-on-demand, non si tratta in questo di un first-mover. Anche se a volte i first mover, non sempre portano al successo, vedi ad esempio Myspace. 

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Ma vediamo come funziona, l’ho provato con un amico la settimana scorsa:

– Ho scaricato l’app UberEATS, che, no, non è compresa nella versione orginale. 

– Al momento ci sono 150 ristoranti, sia appartenenti a catene che indipendenti. 

– Funziona solo se abitate in Central London, le aree comprese sono da Hammersmith a Whitechapel, Camden e Southwark. 

– A differenza dei competitor, non ci sono spese di consegna e non c’è un ordine minimo

– La consegna avviene in 30 minuti. Se il vostro ordine costa £20 o meno e impiega più di trenta minuti ad arrivare, UBER ti restituisce £20 come credito da utilizzare per il prossimo ordine. 

– Così come per il servizio di auto, anche con UberEATS si possono valutare i corrieri e il menu dei ristoranti

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Devo dire, che, per il momento ha soddisfatto le mie aspettative. 

Ed in Italia, cosa succederà con Foodora, e Deliveroo?

Un’estate al mareee.. (a lavorare)

L’estate 2016 si presenta densa di novità, perché, cari amici tornerò in Italia per un po’ di tempo ed un paio di collaborazioni.
Dopo infatti aver iniziato a collaborare con Wired Italia (trovate il mio primo articolo qui),  ed avere tenuto un workshop per gli artigiani per il mondo digitale la settimana scorsa a Vicenza, parteciperò infatti al Web Marketing Festival a Rimini con un intervento sui Social media e il Growth Hacking come tecnica per sviluppare il business online e farò un po’ di mentoring qua e là.
E sono molto felice di riprendere i contatti con la realtà italiana!

Molti di voi si chiederanno: ma come, sei matta a rientrare in Italia?
Beh, non rientro ancora in modo definitivo, ma credo sia arrivato il momento di condividere le mie esperienze con il mio pubblico. Che, ovviamente, non è solo quello inglese o internazionale.
Ad un certo punto della carriera di un imprenditore o di un professionista, si sente la necessità di condividere i propri consigli ed esperienze con la community di cui ci si sente parte, ed anche se con Secret Sauce Conference lo facciamo con eventi e workshop, devo dire che non mi basta, visto che mi sento anche parte dell’ecosistema italiano, nel quale ho avuto i primi consigli e le prime esperienze di online marketing.

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Ci sono un sacco di persone che vorrei ringraziare per avermi aiutato a partire ed a capire che l’online marketing era la mia strada, le stesse che hanno aiutato a rispondere ai moltissimi dubbi o quelle che semplicemente mi hanno dato una “pacca sulla spalla”, incoraggiandomi quando non sapevo cosa fare.
Sicuramente ci ho messo anche del mio, esperienza che mi consente oggi di poter lavorare come freelance con un paio startup per alcuni progetti.
Credo ci siano moltissimi professionisti e startup che anche in Italia hanno bisogno di mentoring, consigli e forse anche un po’ di coaching (non preoccupatevi, non è una brutta parola!).
Dopo essere stata al Wired Next Fest ed aver parlato con un po’ di persone, mi sono resa conto di come in Italia tutti parlino di startup ma nessuno abbia veramente idea di come sviluppare il progetto, una volta inquadrato. E credo che le capacità non manchino. Allora, cosa ci ferma? La paura di sbagliare, una mancata visione delle competenze necessarie allo sviluppo del progetto, oppure la mancanza di network?
Vedremo cosa scoprirò!

Sono molto felice di avere il tempo e la possibilità di incontrarvi quest’estate, un po’ di qua e di là. Scrivetemi, ci facciamo uno spritz! Vi lascio con questo video che mi ha messo il mare mood. 😉

ps: Fatemi un fischio se venite al Web Marketing Festival, io sono quella che usa le parole difficili nel titolo 🙂

 

Startup italiane lo state facendo male: cacciate i soldi (prima di riceverli)

Rieccomi con la rubrica startup italiane lo state facendo male, dopo avervi stressato sull’uso corretto della lingua inglese questa volta parleremo di budget.
Sì perchè molte startup che arrivano in UK per lanciare il proprio prodotto-servizio e tirare su un po’ di “grano” (si usa ancora questa parola in italiano? lol) pensano che basti venire a Londra, scrivere 10-15 mail ai blogger di turno, pagare un BOT per far crescere il numero di followers ed avere un po’ di sign up, mettere su un sito che più o meno possa andare bene e TAAC, fatta! Si incontra l’investor, si firma e pronti al decollo!
No ragazzi, non ci siamo. Non serve.

Se volete incontrare un investor, dovrete anche provare il vostro concetto e prodotto e quindi, anche lanciare in UK. E qui, il mercato è leggermente più avanti rispetto all’Italia quindi ecco la checklist che secondo me dovreste avere pronta all’uso immediato.

  • RIP-reach-organica@alessiacameraPotete avere dei contenuti fantastici e dipenderà sicuramente dal prodotto-servizio che avete, ma ahimè la reach organica nei social media non genera nessun engagement. Ancora di piu’ se la vostra pagina (quella UK, non state riutilizzano la pagina italiana, vero?!) parte da zero. Anche se il vostro video è fantastico e geniale, sicuramente per farvi notare avrete bisogno di avviare delle campagne a pagamento.
    Siamo nell’epoca dell’eccesso di contenuti, la nostra attenzione dura solo 8 secondi, quindi, non potete pretendere che l’engagement nasca da solo.
    Preparate un obiettivo (che non sia solo il numero di followers pleaseee), numerico, quantificabile, definite una strategia per raggiungere quell’obiettivo, analizzate il canale che puo’ essere piu’ interessante per raggiungere la vostra audience, preparate i contenuti ed inserite i dati della carta! 😛
  • Digital PR: anche il blogger che ha iniziato a scrivere l’altro giorno vi chiederà dei soldi. 
    A Londra la collaborazione c’è ma ha un unico scopo: quello di portare a casa qualcosa. La città è costosa, la competizione a mille, quindi, qualsiasi collaborazione che vi verrà proposta, avrà un fine monetario o lavorativo. Il tempo è denaro!
    Quindi unico consiglio che posso darvi, per non bruciarvi il conto in banca con agenzie di PR oppure contattando influencers è di partire dai piccoli blogger che possono essere rilevanti per il vostro settore e tentare di sviluppare una partnership a lungo termine (4-5 articoli in 2-3 mesi) così diventano una sorta di piccolo team per i vostri contenuti online! E da lì, iniziate poi a contattare quelli più grossi!
  • 86b97e1aa965684ffa731de0173ea5bcAdattate la vostra cultura di “startapparo”
    “Wow” o “Quindi, sei un imprenditore” non solo il genere di risposte che si riceve come risposta alla “Ciao, io faccio startup”. Qui è normale che quando incontrerai qualcuno, questo qualcuno ti chiederà informazioni sul tuo progetto, su come funziona, su come monetizzerai, sui tuoi investors, sul team e sul tuo background. È normale.
    Non è assolutamente normale sentirsi rispondere che “siete una piattaforma online che monetizzerete con una commissione che pagheranno gli utenti x per entrare in contatto con gli utenti Y solo quando questi Y saranno iscritti e parteciperanno alla selezione bla bla bla.” [Ovviamente parlo così per esperienza personale, giuro!]
    Oppure che oggi siete a Londra per testare il mercato ma che in realtà la piattaforma ha già 1000 utenti da tutto il mondo.
    Questa è fuffa.
  • Non organizzate eventi ma appoggiatevi a community esistenti
    Ci sono centinaia di eventi organizzati a Londra ogni mese, con specifiche community di persone che li organizzano e con un vero e proprio network. Loggatevi su meetup per avere un’idea di tutto quello che potete trovare e organizzate un evento in collaborazione con una di queste. Sicuramente vi costerà meno ed avrete più successo.
  • Raccontate la vostra idea ovunque e a chiunque!
    Se venite a Londra, la miglior strategia bootstrapping è metterci la faccia! Incontrate gente, andate a meetup, fate pitch, parlate, fate networking, ditribuite volantini, raccontate la vostra idea offline ed online. Le persone molto spesso si innamorano dei founder e non solo dell’idea in sè!

Avete qualcos’altro da aggiungere?
Grazie per aver letto questo mio nuovo articolo per la rubrica “Startup italiane lo state facendo male!” 😉

A cosa [mi] servono i social media? Vademecum per Instagram

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Qualche settimana fa, parlando con una mia amica, stavamo discutendo sull’importanza dell’online e dei social media e, dopo aver concordato sul fatto che fossero strumenti praticamente essenziali per artigiani, professionisti e botteghe per farsi conoscere e trovare i propri clienti, lei conferma la tesi dicendo: “Sì, la scorsa settimana ho comprato una collana solo perchè seguivo il profilo di un designer e mi ha colpito così tanto la foto che ho deciso di fare l’acquisto.
Quindi, pensavo, perchè non creare una mini guida per aiutare le piccole aziende ed i professionisti ad usare i social, aiutandoli a non avere troppe aspettative e gestendoli secondo obbiettivi di business?
Eccovi quindi il primo capitolo, dedicato a Instagram.

Vorrei anche io che i miei potenziali clienti mi trovassero grazie ad Instagram, come faccio?
follow-me-not-literally-instagram-social-mediaInstagram è sicuramente un tool molto efficace, ma usarlo per scopi di business non è proprio così semplice e banale. Infatti, per le aziende, oltre a condividere contenuti interessanti per la propria audience, si tratta anche di fare i conti con i cambiamenti di visualizzazione della timeline decisi dal nostro amico Mark, visto che l’algoritmo di Instagram cambierà a breve, com’è successo per Facebook, e non sarà più in ordine cronologico, ma le immagini,per essere visulizzate, dovranno °essere apprezzate” quindi saranno importanti il numero di like ricevuti e i commenti e non solo la foto in sè.
(Ci sono tantissime persone su Instagram che in questo momento chiedono ai propri utenti di “attivare le notifiche dei post” per evitare che i propri followers non visualizzino più il feed con gli aggiornamenti, ma io non mi preoccuperei. Com’è successo per Facebook, secondo me avverrà automaticamente!)
Ma non disperiamo, possiamo ancora tentare di raggiungere i nostri clienti usando il tool, anche se sarà più difficile fare in modo che la nostra audience veda le nostre foto, a meno che non “cacciamo il grano”, ossia che ci mettiamo dei soldi, creando dei post sponsorizzati.

Ma, ovviamente, all’inizio, è un cane che si morde la coda, poichè se sei appena partito oppure sei un piccolo professionista, sicuramente non puoi permetterti di spendere budget enormi su Instagram per far sì che i tuoi post vengano visualizzati. Chi ti dice che dalla visualizzazione, un cliente decida poi di comprare, come ha fatto la mia amica?
Ed ovviamente “comprare followers” o pratiche simili, non porta assolutamente a nessun risultato.
Quindi, per il momento, concentriamoci sui cosiddetti contenuti organici, ossia senza investire soldi.

Quindi come faccio a farmi trovare da potenziali clienti?
I contenuti che condividi sui canali social, nel caso di Instagram le foto, rimangono essenziali per trovare nuovi clienti, anche se avranno meno possibilità di vederli. Quindi il lavoro sulle foto e sulle immagini va comunque fatto.
Ricordati inoltre che all’inizio si tratta di faticare, ossia aggiungere ulteriore lavoro al tuo lavoro (effettivo, quello della tua attività) che, all’inizio non è detto ti dia i risultati sperati.

Quindi come puoi usare Instagram?
Ecco alcuni consigli per creare i tuoi contenuti Instagram:

bambino-spaghetti-i-clienti-non-ti-capiscono1 Cerca di capire qual è la tua audience e quali sono i contenuti a cui potrebbe essere interessata.
Sono giovani, studenti o lavoratori interessati ad un design particolare per distinguersi dalla massa? Prova con dei video, con delle immagini sul design o sull’ispirazione.
Hai a che fare con un prodotto per mamme giovani, attente alla linea e alla salute? Prova con delle ricette video, condividi le storie dei tuoi prodotti e fai delle foto con i tuoi clienti, magari mamme, felici di aver acquistato da te.
Puoi creare dei video fantastici di pochi secondi usando Boomerang o Flipagram

Non limitarti alle foto dei tuoi prodotti o a diffondere le ultime offerte! Dovrai sicuramente utilizzare un mix di ingredienti, come le foto dei tuoi prodotti, la lavorazione, i fornitori, il dietro le quinte del tuo lavoro quotidiano, ma anche foto che riguardano la tua personalità, che facciano sorridere, riflettere e che soprattutti rappresentino momenti autentici.
La creatività ripaga sempre, e mai come la tua, se sei quello che quell’attività l’ha messa in piedi.

Tenta di non scaricare o copiare immagini che trovi online, ma di produrre contenuti originali.
È un procedimento sicuramente più lungo e laborioso ma a lungo termine ripaga gli sforzi.
Ci sono un sacco di strumenti online che ti permettono di creare e/o modificare le immagini, senza per forza dover sapere come si usa Photoshop (se lo sai meglio per te!).
Ad esempio Canvas oppure Aviary per modificarle prima di caricarle.

Interagisci con i tuoi followers: come dicevo in precedenza, se hai un’attività offline, sicuramente avrai a che fare con dei clienti o con dei partner. Fa loro delle foto e menzionali nel tuo profilo. Condividi le loro foto e ringraziali per l’acquisto. Anche in questo caso puoi usare delle app come Repost o InstaSave

Non dimenticarti degli hashtag e di inserire i tuoi contatti nella bio, come il tuo sito o il tuo indirizzo email nella Bio altrimenti, come fanno i clienti a rintracciarti?
Per sapere quali hashtag usare, puoi far riferimento a Websta e Hashtagify.me

E poi?
Una volta che hai inizato ad usare il tuo profilo Instagram, il lavoro non è finito. Anzi, anche prchè rispetto al tuo profilo personale, dove Instagram lo usi per altri motivi, quando usi Instagram per motivi di business non devi dimenticarti dell’obiettivo, ossia trovare nuovi clienti. Altrimenti non lo fai per lavoro, ma per passione!
Ovviamente si tratta di un obiettivo molto importante che non succede dall’oggi al domani e che deve essere suddiviso in sotto obiettivi.
Instagram-likes-acquire-customersEcco su cosa ti devi concentrare prima di pensare che Instagram non funzioni perchè non ti ha portato nessun cliente.

  1. Quante persone hanno messo un like o commentato la foto? In questo caso stiamo parlando in gergo tecnico di engagement, il primo step per sapere se quello che hai postato è considerato interessante.
  2. Delle persone che hanno messo like o ti seguono, quanti sono potenziali clienti? Se la maggior parte di loro sono tuoi amici o famigliari, allora non si tratta di persone molto rilevanti. Cerca di creare engagement con questi ultimi (non tralasciando i tuoi affetti!)
  3. Cerca di interagire e chiedere feedback ai tuoi potenziali clienti, per non avere solo una relazione basata sui like o sulle faccine!
  4. Prima di diventare cliente e comprare online, un cliente deve arrivare sul tuo sito o negozio offline. Cerca di capire se effettivamente Instagram ti porta traffico online oppure offline attraverso l’analisi delle stats o chiedendo direttamente al cliente come ti ha trovato!

Questi sono solo alcuni consigli che credo possano essere utili per chi vorrebbe usare Instagram in modo più strategico. Ovviamente, il tempo è tiranno, quindi dovete essere voi a valutare quanti contenuti postare, credo che anche in riferimento al cambio di algoritmo, la qualità sia da preferire alla quantità!

Dimenticavo: potete seguire le mie avventure Londinesi @alessiacamera ed.. in bocca al lupo!
ps: aggiungete un commento se avete domande o considerazioni da condividere!